FATHER AND SONS
(sounds like freedom)
RadiostART
Show overview
FATHER AND SONS has been publishing since 2019, and across the 7 years since has built a catalogue of 304 episodes. That works out to roughly 240 hours of audio in total. Releases follow a weekly cadence.
None of the episodes are flagged explicit by the publisher. It is catalogued as a IT-IT-language Music show.
The show is actively publishing — the most recent episode landed 3 days ago, with 17 episodes already out so far this year. Published by RadiostART.
Latest Episodes
View all 304 episodesFather & Sons 383 – Charlemagne Palestine
Father & Sons 382 – Van Morrison
Father & Sons 381 – The Who
Father & Sons 380 – Clock DVA
Father & Sons 379 – Linton Kwesi Johnson
Linton Kwesi Johnson rappresenta il punto di faglia dove la metrica della protesta incontra la scomposizione ritmica del Dub, elevando la parola a strumento di precisione sociologica. Architetto della Dub Poetry, Johnson ha scardinato l’egemonia dell’inglese standard attraverso l’uso del Patois, inteso non come folclore ma come rivendicazione di dignità fonetica. Insieme a Dennis Bovell, ha codificato un’estetica fatta di spazi vuoti e riverberi spettrali, in cui la sua voce distaccata e monocorde agisce come un bisturi sulla coscienza della Gran Bretagna post-coloniale. Attraverso capolavori come Forces of Victory e Bass Culture, ha documentato le lotte di Brixton e la brutalità delle leggi “Sus”, fondendo il rigore dell’analisi marxista con la potenza dei Sound System. Primo poeta nero vivente inserito nei Penguin Modern Classics, LKJ incarna l’eccezione di un rivoluzionario diventato canone senza mai cedere all’industria, preservando la propria integrità tramite la LKJ Records. La sua caratura risiede nella capacità di essere simultaneamente la voce della diaspora e l’intellettuale della rivolta, dimostrando che un basso elettrico può avere l’autorità di un trattato storico. Egli resta la coscienza critica del ritmo: un uomo che ha trasformato la “Bass Culture” in una scienza della realtà, rendendo la parola un’arma di liberazione collettiva. TRACKLISTING: Loraine, Bass culture, Five Nights of Bleeding (for Leroy Harris), Dread Beat An’ Blood, Sonny’s lettah (anti-sus poem), Reggae Fi Radni, Di Great Insohreckshan, Wat About di Workin Claas, Tings an’ times, Liesense fi kill, Dubbin di revalueshan, New world hawdah, Iron bar dub, Reality poem Altre Informazioni
Father & Sons 378 – Art Tatum
Art Tatum non è stato un semplice pianista, ma il limite estremo dell’architettura sonora, una figura che rappresenta il punto di non ritorno tra tecnica e immaginazione. Parlare di lui significa evocare il “Dio” del pianoforte che lasciava attoniti geni come Vladimir Horowitz e Sergei Rachmaninoff, i quali riconoscevano in lui una superiorità trascendentale rispetto a qualunque interprete classico del tempo. La sua cifra stilistica risiede in una densità orchestrale che annullava i confini tra jazz e musica colta, trasformando ogni standard in un labirinto di invenzioni armoniche inesauribili.Quasi cieco dalla nascita, Tatum percepiva la musica come una geometria totale, anticipando le rivoluzioni del bebop in un universo autonomo dove tempo e spazio si fondevano in una grazia divina. Resta ancora oggi l’ombra lunga sotto la quale ogni pianista deve passare, l’esempio supremo di come il genio possa trasformare uno strumento a tasti in un’intera orchestra guidata da un’unica, inafferrabile mente. TRACKLISTING: Blue skies, Tiger rag, I ain’t got nobody, Body and soul, Memories of you, Flying home, Humoresque (Dvorak), Love for sale, Night and day, My ideal, September song, Deep night, Begin the beguine (live), Tea for two, Moonglow Altre Informazioni
Father & Sons 377 – Nikki Sudden
Nikki Sudden non è stato solo un musicista, ma l’incarnazione di un’estetica decadente e aristocratica che ha attraversato il rock alternativo senza mai piegarsi alle mode. Dalle origini con i Swell Maps, dove insieme al fratello Epic Soundtracks ha decostruito il linguaggio del punk in un’anarchia creativa (influenzata dalla sperimentazione del Krautrock)fondamentale per l’underground, fino alla malinconia polverosa dei Jacobites condivisi con Dave Kusworth, Sudden ha tracciato una rotta solitaria e magnetica. La sua cifra stilistica risiede nell’equilibrio perfetto tra la fragilità di Johnny Thunders, l’eleganza sfrontata di un Keith Richards d’annata e l’anima roots di Bob Dylan: l’ultimo dandy capace di trasformare una sciarpa di seta e una chitarra in un manifesto esistenziale. La sua statura artistica è confermata dal dialogo creativo con giganti come Mick Taylor e Ian McLagan, che hanno portato l’anima dei Rolling Stones e dei Faces tra i suoi solchi, oltre al rispetto di anime affini come Peter Buck degli R.E.M. e Rowland S. Howard. Non era un artista da classifica, ma una figura di culto per chi cercava un’autenticità viscerale, priva di filtri industriali. Sudden era un bohémien che ha vissuto la strada come un palcoscenico perenne, portando racconti di cuori infranti e treni perduti in ogni angolo del globo con una dedizione quasi monastica. Fino all’ultima notte a New York nel 2006, è rimasto fedele a un’idea di bellezza che risiede nelle crepe, lasciando l’eredità di un uomo che ha saputo fare della propria vita un’opera d’arte totale, sospesa tra la polvere del blues e l’eternità del mito. TRACKLISTING: Midget Submarine – Harmony in your bathroom – The helicopter spies (with Swell Maps) / Silver street – When the rain comes (with Jacobites) / Back to the coast – Kiss at dawn – Debutante blues – The bagman & the twangman – Liquor, guns & ammo – Farewell my darling – Jangle town – Stay bruised – Beyond hope – Death is hanging over me Altre Informazioni
Father & Sons 376 – Tony Allen
Tony Allen ha riscritto le coordinate della musica contemporanea, ergendosi a architetto supremo di un linguaggio che ha abbattuto i confini tra la tradizione poliritmica africana e l’avanguardia globale. Co-creatore dell’Afrobeat, la sua figura rappresenta il punto di equilibrio perfetto tra la pulsazione ancestrale di Lagos e la scomposizione metodica del jazz, definendo un’estetica in cui il ritmo non è semplice accompagnamento, ma una struttura portante fluttuante e magnetica. La sua capacità di abitare il tempo con una fluidità quasi liquida ha permesso a generi distanti come il rock, l’hip hop e l’elettronica di attingere a una fonte inesauribile di ispirazione, trasformando ogni suo colpo in un atto di ingegneria emotiva. Allen ha insegnato al mondo che la vera potenza risiede nella sottrazione e nella precisione millimetrica, influenzando intere generazioni di produttori che vedono nel suo stile un paradigma di libertà espressiva senza tempo. La sua eredità è un battito universale che continua a modellare il panorama sonoro moderno, rendendolo uno dei musicisti più influenti e trasversali del secolo. TRACKLISTING:Locked & loaded (with Jeff Mills)/ Omeleble (with Dr. Victor Olaiya’s International All Stars )/ Highlife time (Koola Lobitos)/ Expensive shit (with Fela Kuti)/ Zombie (with Fela Kuti)/ No accomodations for Lagos / Nepa /Asiko /The hardest thing (with Gorillaz)/ Ise Nla / Herculean (with the good, the bad & the queen) / Wolf eats wolf / Cosmosis Altre Informazioni
Father & Sons 375 – Jon Hassell
La musica di Jon Hassell è un’antropologia del futuro. Con il manifesto del Fourth World, Hassell ha disintegrato i confini tra l’etnografia arcaica e la tecnologia digitale, fondendo la poliritmia primitiva con il design sonoro più sofisticato senza un confine netto tra musica programmata e suonata, digitale ed organica. Il cuore della sua estetica risiede nella metamorfosi della tromba. Influenzato dal canto Kirana di Pandit Pran Nath, Hassell ha trasformato l’ottone in un organismo vivente. Attraverso l’uso pionieristico dell’Harmonizer, il suo strumento non emette note, ma flussi di colore microtonale: un soffio liquido che evoca la voce umana e nega ogni velleità virtuosistica di stampo jazzistico. Dalla collaborazione seminale con Brian Eno in Possible Musics alle visioni iperealistiche, la sua “Musica Verticale” ha ridefinito il concetto di texture contemporanea. Hassell non ha creato un genere, ma una geometria sensuale del suono che ha influenzato generazioni di artisti, da David Sylvian ai pionieri dell’elettronica colta. TRACKLISTING: Delta rain dream (with Brian Eno) – Hex – Toucan ocean – Sundown dance – Chemistry (with Brian Eno) – Malay – Houses in motion (with Talking Heads) – Darbari bridge – Wing melodies – Weathered wall (with David Sylvian) – Paris I – Voiceprint – Aurora – Dreaming Altre Informazioni
Father & Sons 374 – Faith No More
I Faith No More non sono stati un ponte tra generi, ma la loro reciproca smentita. Se il termine “crossover” suggerisce un’unione armonica tra generi apparentementi lontani, la loro parabola descrive piuttosto una collisione controllata ed hanno occupato il centro della scena globale restando, ontologicamente, dei corpi estranei. Qual è il peso specifico dei Faith No More? Rappresentano il successo dell’inclassificabile, hanno dimostrato che è possibile dominare le classifiche mondiali senza mai concedere un grammo di rassicurazione. La loro eredità non risiede nell’imitazione stilistica ma nella legittimazione della libertà intellettuale uccidendo il funk-metal nel momento esatto in cui lo hanno codificato, fuggendo da ogni definizione con la rapidità di chi considera la coerenza stilistica una forma di prigionia. Hanno insegnato che il rock può sopravvivere solo se ha il coraggio di detestarsi, di tradire le proprie radici e di reinventarsi nello spazio bianco tra l’ordine e il caos. Restano il promemoria che la vera avanguardia non ha bisogno necessariamente di nicchie, ma può nascondersi proprio lì, sotto la luce accecante del mainstream, disturbandone le frequenze per sempre. TRACKLISTING: Easy (Commodores cover) – Quiet in heaven – We care a lot – Anne’s song – Epic – Falling to piecese – Midlife crisis – Digging the grave – Evidence – Ashes to ashes – I started a joke (Bee Gees cover) – Superhero – Cone of shame – War pigs (Black Sabbath live cover) – A small victory Altre Informazioni
Father & Sons 373 – Pulp
Parlare dei Pulp significa, prima di tutto, narrare l’anomalia più affascinante del pop britannico. L’evoluzione dei Pulp è una lezione di trasformismo intellettuale, la parabola di un’attitudine che ha impiegato quindici anni per trasformare l’isolamento di Sheffield in un linguaggio pop universale. La loro carriera non va letta come una scalata al successo, ma come una progressiva raffinazione di un’estetica “fuori tempo”. Gli esordi sono segnati da un’incertezza stilistica che oscilla tra il folk pastorale e un post-punk dalle tinte scure dove la scrittura di Jarvis Cocker appare ancora priva di quella densità erotica e sociale che ne diverrà il marchio di fabbrica. La vera metamorfosi avviene quando il gruppo decide di ibridare il realismo della classe operaia con l’estetica glamour degli anni Settanta, filtrando il tutto attraverso le ritmiche di Madchester. Questo contrasto tra lo squallore del quotidiano e la brillantezza sintetica dei sintetizzatori crea un suono unico: un pop barocco, voyeuristico e profondamente colto, capace di fotografare la società con una chiarezza che pochi dei loro contemporanei hanno posseduto. Con la maturità, la produzione si fa più stratificata, trasformando la band in una macchina orchestrale capace di passare da inni generazionali a riflessioni cupe e claustrofobiche, virando verso sonorità cinematiche, decadenti e cariche di una tensione quasi espressionista. È il momento dove l’ironia cede il passo a un’inquietudine monumentale grazie a quell’approccio analitico e letterario che ha reso i Pulp l’esperimento più sofisticato e sovversivo del pop britannico. La loro eredità non risiede nelle classifiche, ma nella capacità di aver nobilitato il marginale, rendendo l’outsider il protagonista assoluto di una narrazione pop senza compromessi. TRACKLISTING: Underwear – Turkey mambo momma – Blue girls – I want you – Countdown – Babies – Do you remember the first time? – Common people – Disco 2000 – This is hardcore – Sunrise – Running the world – After you – The hymn of the world – Spike island – The man comes around (Johnny Cash cover) Altre Informazioni
Father & Sons 372 – William Basinski
Elevando l’entropia a forma d’arte, William Basinski abita il paradosso di una fine che si fa genesi, trasformando il decadimento della materia magnetica in un’estetica della memoria. In aperta antitesi alla perfezione asettica del bit, la sua opera abbraccia la mortalità del supporto fisico, dove il suono possiede un corpo soggetto allo sfaldamento e all’oblio. Attraverso la lente dell’hauntology, Basinski orchestra segnali spettrali in cui il loop non è mai semplice iterazione, ma un inesorabile processo erosivo: a ogni rivoluzione la melodia si assottiglia, perde frequenze e si carica di elettricità statica, svelando il fantasma di se stessa. In questa monumentale dilatazione temporale, il compositore ci impone una stasi che sfida l’iper-stimolazione moderna, trovando in una rinuncia consapevole al climax un’estasi laica nata dall’accettazione del declino. Basinski dimostra così che il silenzio non è un vuoto che consuma la musica, ma una presenza densa che accompagna il tempo nel suo atto trasformativo, mutando definitivamente la polvere in polvere di stelle. TRACKLISTING: Nocturnes 1.1 – Melancholia XII – 92982.4.3 – dlp 1.3 03 – dlp 2.1 – Watermusic 1.5 – Variation IV – September 23rd (Excerpt 4) – Cascade 1.8 – Oh Henry! – Paradise lost – 11 On Time Out of Time 1.4 Altre Informazioni
Father & Sons 371 – Darius Milhaud
Più che un compositore è stato un compulsivo creatore di nuovi paesaggi sonori. Voce più prolifica del Gruppo dei Sei (ha scritto più di 450 opere), Darius Milhaud ha attraversato il Novecento con una voracità onnivora: ha fuso il rigore di Bach con la saudade brasiliana e l’energia del jazz, trasformando la politonalità da tecnica a stato d’animo rimanendo denso, solare ed inarrestabile nonostante i suoi problemi fisici. Dalla nativa Provenza alla California dell’esilio forzato per le sue origini ebraiche, Milhaud non è stato solo un musicista visionario, ma anche un mentore straordinario. Il suo insegnamento al Mills College ha generato l’imprevedibile, guidando gli studenti senza mai imporre il proprio stile ed unendo gli opposti della musica. Basti guardare ai suoi allievi per capire la sua grandezza: dalla complessità dell’avanguardia di Xenakis e Stockhausen fino alla raffinatezza pop da classifica di Burt Bacharach e al jazz colto di Dave Brubeck. Mondi sonori distanti anni luce, eppure tutti figli della stessa, rigorosa libertà. TRACKLISTING: Saudades do Brasil, op. 67_ XII. Paysandù / Le Bœuf sur le toit, op. 58 / Quatuor no. 1, op. 5 – I. Rythmique / Saudades do Brasil / La Création Du Monde, Op. 81A / Suite Provençale / Scaramouche – Brazileira/ Symphonia 1 / Concerto for Marimba & Vibraphone Op.278 – I. Anime/ The Duke (Dave Brubeck) Altre Informazioni
Father & Sons 370 – Sleaford Mods
“Quindi, dopo 20 anni, migliaia di imprecazioni e milioni di chilometri, la domanda resta: perché diavolo dovresti ascoltare gli Sleaford Mods? Ascoltali perché sono l’unico gruppo rimasto che non sta cercando di venderti uno stile di vita, ma ti sta raccontando il tuo. Ascoltali perché in un mondo di musica prodotta da algoritmi per non disturbare nessuno, loro sono il rumore di un vetro che si rompe durante una cena di gala. Sono importanti perché hanno dimostrato che non servono i soldi, non servono i produttori di Los Angeles e non servono i filtri Instagram per essere rilevanti. Serve solo un’idea, un portatile e il coraggio di dire la verità, anche quando la verità puzza di birra economica e fallimento. Hanno dato voce a chi lavora otto ore al giorno e si sente un fantasma. Hanno trasformato la noia della provincia in un’epica punk. Jason e Andrew sono gli ultimi poeti del marciapiede, i profeti del banale, gli architetti di un suono che è come un pugno in faccia dato con il sorriso sulle labbra. Non ascolti gli Sleaford Mods per rilassarti. Li ascolti per ricordarti che sei vivo, che sei incazzato e che hai ancora il diritto di pretendere qualcosa di meglio da questo mondo. 20 anni di onestà brutale, di resistenza elettrica. Questa non è solo musica, è autodifesa sonora. TRACKLISTING: No one’s bothered, Teacher faces porn changes, Jobseeker, Jason stop wanking, Swarfega, PPO kissin’ behinds, Mcflurry, Tied up in Nottz, Committee, Ibiza (feat. The Prodigy), Tarantula deadly cargo, B.H.S., Kebab spider, Mork ‘n’ Mindy (feat. Billy Nomates), Dirty rat (feat. Orbital), Force 10 from Navarone, West end girls (Pet Shop Boys cover), The good life, Tweet tweet tweet Altre Informazioni
Father & Sons 369 – Roberta Flack
Roberta Flack non ha mai avuto bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare; le è bastato sussurrare direttamente alla nostra anima. In un’epoca musicale dominata dall’energia esplosiva, lei ha avuto il coraggio rivoluzionario di scegliere la lentezza, il silenzio e un’intimità quasi sacra. Ascoltare la sua voce è come entrare in una stanza dove il mondo esterno smette di esistere: un timbro di velluto scuro, caldo e avvolgente, capace di trasformare una semplice melodia in una confessione privata, straziante e bellissima.C’è una saggezza antica nel modo in cui accarezza ogni parola, come se avesse vissuto mille vite prima di cantarle. “Killing Me Softly” o “The First Time Ever I Saw Your Face” non sono semplici canzoni, sono viaggi emotivi in cui lei si mette a nudo, costringendoci a fare lo stesso. Da sola, o nella simbiosi perfetta e struggente con Donny Hathaway, Roberta Flack ci ha insegnato che la vera potenza non risiede nel volume, ma nella vulnerabilità. Ha spogliato la musica del superfluo per lasciarci solo con l’essenziale: il battito del cuore, il respiro e la commozione pura. TRACKLISTING: Oasis, Tryin’ times, The first time ever i saw your face, Reverend Lee, You’ve got a friend, Where is the love, Killing me softly, Jesse, Feel like makin’ love, The closer i get to you, Back together again, Tonight i celebrate my love, Makin love, Hey Jude, Bridge over troubled water Altre Informazioni
Father & Sons 368 – Taj Mahal
Più che un semplice musicista, Taj Mahal è una figura monumentale che si colloca a metà strada tra l’archivista e l’innovatore radicale. Mentre i suoi contemporanei negli anni Sessanta cercavano di elettrificare il blues rendendolo rock, lui ha compiuto il viaggio inverso: è tornato alle radici, non per chiuderle in una teca da museo, ma per dimostrare quanto fossero ancora vitali e capaci di viaggiare. L’approccio di Taj Mahal alla musica è quello di un esploratore curioso. La sua genialità sta nell’aver intuito prima di tutti gli altri che il blues del Mississippi non era un’isola, ma parte di un gigantesco arcipelago culturale che unisce l’Africa occidentale, i Caraibi e il Sud degli Stati Uniti. Ascoltare un suo brano significa sentire il Delta Blues che dialoga con il calypso, il reggae che abbraccia il jazz, e il banjo che ritrova la sua dignità ancestrale. Quando sale sul palco, spesso accompagnato dalla sua inconfondibile chitarra resofonica National Steel, non offre solo un concerto, ma una lezione di storia vivente. La sua voce, roca e profonda come la terra, e il suo tocco ritmico, immediatamente riconoscibile, sono la firma di un artista che ha rifiutato le etichette per tutta la vita. Taj Mahal ha insegnato a generazioni di ascoltatori che il blues non è solo la musica della tristezza, ma è un linguaggio universale di resistenza, di gioia e di quotidianità. È un gigante gentile che ha ridisegnato la mappa della musica americana. TRACKLISTING: Statesboro Blues – The celebrated walkin’ blues – Ain’t gwine whistle dixie – Est indian revelation – End Credits (from “the hot spot” OST) – Love theme in the key of D – Senor blues – Queen bee – The new hula blues – Sahara / Catfish Blues (from “Kulanjan”) – Don’t call us Altre Informazioni
Father & Sons 367 – Eleni Karaindrou
Parlare di Eleni Karaindrou significa trascendere il concetto funzionale di ‘musica per film’. La sua opera è un’elegia continua, una liturgia laica che ha trovato la sua massima espressione nella simbiosi osmotica con Theo Angelopoulos. Non siamo di fronte a un mero commento sonoro, ma a una drammaturgia parallela. Karaindrou ha saputo distillare il melos tragico della tradizione ellenica e bizantina, fondendolo con un minimalismo colto, quasi sacro. Il suo timbro distintivo – spesso affidato alla voce lacerante dell’oboe o al respiro mantico della fisarmonica – evoca quella ‘tristezza attiva’ che non è disperazione, ma acuta consapevolezza del tempo che scorre. La sua scrittura modale scava nella memoria collettiva dei Balcani, trasformando il paesaggio geografico in paesaggio interiore. Fondamentale, in questo processo, è l’estetica del suono curata con Manfred Eicher per l’etichetta ECM: una spazialità riverberante dove il silenzio ha lo stesso peso specifico delle note. Karaindrou non compone per riempire il vuoto dell’immagine, ma per renderlo udibile. È la custode sonora della nostalgia, intesa nel senso omerico del nostos: il dolore sublime di un ritorno impossibile. TRACKLISTING: Medea – Farewell theme, Return, Adagio, Ulysse’s gaze – Rosa’s song – Depart And Eternity Theme – GARBAREK – Aftshediasmos sta dyo themata (with Jan Garbarek) Altre Informazioni
Father & Sons 366 – The Prodigy
E’ riduttivo definirli pionieri del Big Beat, The Prodigy rappresentano, tecnicamente e storicamente, il più riuscito esperimento di sincretismo sonoro degli anni Novanta. Liam Howlett non si è limitato a produrre musica elettronica; ha compiuto un atto di violenza ingegneristica, fondendo la cultura rave illegale dell’Essex con l’atteggiamento nichilista del punk britannico. La loro vera rivoluzione sta nel trattamento del campione; Howlett ha preso la breakbeat hardcore e l’ha rallentata, appesantendola con una distorsione quasi metal, trasformando loop hip-hop in armi contundenti. Nel passaggio da Experience a Music for the Jilted Generation, i primi due album, la band smette di cercare l’edonismo del club e abbraccia la paranoia sociale, trasformando il campionatore in uno strumento di protesta contro il Criminal Justice Bill. Prima di loro, l’elettronica era faceless, anonima ed il “game changer” è avvenuto quando Keith Flint e Maxim hanno introdotto il teatro della crudeltà sul palco dando un volto umano e spaventoso alle macchine. Non era più un DJ set, era un assalto frontale degno dei migliori punk rockers, ma con le basse frequenze al posto delle chitarre sdoganando l’aggressività nella dance, dimostrando che un sintetizzatore poteva suonare più “sporco” di un amplificatore valvolare distruggendo il confine tra il mosh pit e il dancefloor. The Prodigy non hanno solo suonato il futuro, lo hanno preso a calci finché non ha iniziato a ballare. TRACKLISTING: Out of space, Voodoo people, Charly, Everybody in the place, Jericho, Poison, Firestarter, Smack my bitch up, The way iti is, Invaders must die, Wild frontier, Fight fire with fire, Breathe, No good Altre Informazioni
Father & Sons 365 – Albert Ayler
Se John Coltrane rappresentava la ricerca e l’ascensione, Albert Ayler era l’incarnazione dello Spirito Santo: puro, terrificante e salvifico. Ascoltare Ayler non significa solo ascoltare jazz,ma di subire un esorcismo. Il suo non era il free cerebrale delle avanguardie europee, né l’architettura modale di Miles, Ayler era il suono primordiale che precede il linguaggio; non suonava il sassofono, lo usava come un megafono per l’anima bypassando il bebop per riconnettersi direttamente allo shout ecclesiastico. La sua firma rimane quel vibrato enorme, largo, quasi parossistico, unito a un overblowing che non era virtuosismo, ma necessità anche fisica. Il genio di Ayler risiede nel suo grande paradosso, la collisione frontale tra melodie di una semplicità disarmante — marce militari, fanfare da circo, nenie folk quasi infantili — e la furia iconoclasta dell’improvvisazione totale. Costruiva strutture rassicuranti solo per poi disintegrarle con registri sovracuti e multifonici che sembravano parlare in lingue sconosciute. In capolavori come Spiritual Unity o Bells, Ayler ci ricorda che l’intonazione è un concetto relativo ma l’intensità è assoluta. Come diceva lui stesso: “La musica è la forza curativa dell’universo”. E mezzo secolo dopo la sua tragica fine nell’East River, il suo suono non si è addomesticato. Rimane un atto di purificazione, un urlo primordiale che scuote le fondamenta stesse di ciò che chiamiamo Jazz. TRACKLISTING: Introduction / bye bye blackbird, birth of mirth, revelations 6, ghosts second variation, D.C., love cry, music is the healing force of the universe, angels, spiritual reunion, the wizard Altre Informazioni
Father & Sons 364 – Squarepusher
Nel pantheon della Warp Records, se Aphex Twin rappresenta l’architetto del caos analogico e mentale, Tom Jenkinson – in arte Squarepusher – incarna l’anomalia virtuosistica, il punto di rottura dove la jazz fusion collide violentemente con il DSP. A differenza dei suoi contemporanei della “scena della Cornovaglia”, Jenkinson non è nato dietro a un synth, ma con un basso in mano. La sua cifra stilistica, specialmente in capolavori come Hard Normal Daddy o Feed Me Weird Things, risiede in questa tensione irrisolta: l’anima organica di un basso fretless, suonato con una perizia degna dei migliori bassisti, che lotta per sopravvivere in un tritacarne di Amen Break processati a velocità impossibili. Non stiamo parlando solo di Drill ‘n’ Bass. Jenkinson spinge la programmazione oltre il limite del “glitch” estetico. In album come Go Plastic o Ultravisitor, abbandona spesso la rassicurazione dello strumento fisico per esplorare un digitalismo radicale, costruendo software proprietari per generare sequenze ritmiche che nessun batterista umano, né la maggior parte delle drum machine convenzionali, potrebbe concepire.Squarepusher è la dimostrazione che l’elettronica non deve essere per forza fredda matematica. La sua musica è una “schizofrenia controllata”: un dialogo furioso tra l’improvvisazione umana e la rigidità della griglia quantizzata. È il suono di una macchina che sta imparando a suonare jazz, o forse, di un uomo che sta cercando di diventare una macchina. TRACKLISTING: beep street, squarepusher theme, i wish you could talk, go! spastic, baltang arg, windscale 2, circular flexing, drax 2 , mekrev bass, steinbolt, the glass road, the modern bass guitar, bonneville occident, solo electric bass (live), the tide (live with london sinfonietta) Altre Informazioni