
Indagini
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Brembate di Sopra, 26 novembre 2010 – Prima parte
Il 26 novembre 2010, a Brembate di Sopra, a poco più di dieci chilometri da Bergamo, scomparve una ragazza di 13 anni. Si chiamava Yara Gambirasio. Era uscita di casa per andare al centro sportivo dove si allenava abitualmente: faceva parte della squadra locale di ginnastica ritmica. Quel pomeriggio era andata in palestra per consegnare alle istruttrici uno stereo che sarebbe servito per una gara, due giorni dopo. La ragazza entrò in palestra, si fermò meno di un’ora, poi venne vista uscire. Da quel momento, di lei, per tre mesi, non si seppe più nulla. Il corpo fu ritrovato il 26 febbraio 2011 in un campo di Chignolo d’Isola, a pochi chilometri da Brembate. Yara Gambirasio era stata colpita con un’arma da taglio, un coltello o un taglierino. Non morì però per le ferite: morì di freddo, in quel campo, stordita e debilitata, incapace di muoversi. Sui suoi vestiti furono trovate tracce biologiche. Iniziò così un’indagine scientifica senza precedenti in Italia. Vennero raccolti oltre ventimila campioni di DNA tra gli abitanti della zona. Fu individuato un ragazzo, poi un nucleo familiare e infine un uomo, Giuseppe Guerinoni, morto nel 1999, che secondo secondo le analisi del DNA più volte era il padre dell’assassino. Nessun profilo genetico dei suoi figli era però quello trovato sui vestiti di Yara Gambirasio. L’indagine scientifica si trasformò così in una ricerca, paese per paese, del figlio mai riconosciuto di quell’uomo. La ricerca si concluse nel giugno del 2014 con l’arresto di un uomo di 44 anni. Nel corso delle anni ci furono polemiche, errori, ma anche intuizioni. E intorno a quella indagini scientifica, a quei campioni di DNA, si aprì una disputa tra procura di Bergamo e la difesa dell’imputato che ancora non si è conclusa. Indagini è un podcast del Post, scritto e raccontato da Stefano Nazzi. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

Brembate di Sopra, 26 novembre 2010 – Seconda parte
Il 26 novembre 2010, a Brembate di Sopra, a poco più di dieci chilometri da Bergamo, scomparve una ragazza di 13 anni. Si chiamava Yara Gambirasio. Era uscita di casa per andare al centro sportivo dove si allenava abitualmente: faceva parte della squadra locale di ginnastica ritmica. Quel pomeriggio era andata in palestra per consegnare alle istruttrici uno stereo che sarebbe servito per una gara, due giorni dopo. La ragazza entrò in palestra, si fermò meno di un’ora, poi venne vista uscire. Da quel momento, di lei, per tre mesi, non si seppe più nulla. Il corpo fu ritrovato il 26 febbraio 2011 in un campo di Chignolo d’Isola, a pochi chilometri da Brembate. Yara Gambirasio era stata colpita con un’arma da taglio, un coltello o un taglierino. Non morì però per le ferite: morì di freddo, in quel campo, stordita e debilitata, incapace di muoversi. Sui suoi vestiti furono trovate tracce biologiche. Iniziò così un’indagine scientifica senza precedenti in Italia. Vennero raccolti oltre ventimila campioni di DNA tra gli abitanti della zona. Fu individuato un ragazzo, poi un nucleo familiare e infine un uomo, Giuseppe Guerinoni, morto nel 1999, che secondo secondo le analisi del DNA più volte era il padre dell’assassino. Nessun profilo genetico dei suoi figli era però quello trovato sui vestiti di Yara Gambirasio. L’indagine scientifica si trasformò così in una ricerca, paese per paese, del figlio mai riconosciuto di quell’uomo. La ricerca si concluse nel giugno del 2014 con l’arresto di un uomo di 44 anni. Nel corso delle anni ci furono polemiche, errori, ma anche intuizioni. E intorno a quella indagini scientifica, a quei campioni di DNA, si aprì una disputa tra procura di Bergamo e la difesa dell’imputato che ancora non si è conclusa. Indagini è un podcast del Post, scritto e raccontato da Stefano Nazzi. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

Ladispoli, 17 maggio 2015 – Prima parte
Nella notte tra il 17 e il 18 ottobre 2015 un ragazzo di vent’anni, Marco Vannini, fu raggiunto da un colpo di pistola mentre era a casa della sua fidanzata, Martina Ciontoli, a Ladispoli, in provincia di Roma. Il proiettile trapassò il braccio destro, entrò nell’emitorace, attraversò il polmone destro, poi quello sinistro e si fermò nel pericardio, la membrana che circonda il cuore. La famiglia Ciontoli chiamò il 118 oltre mezz’ora dopo lo sparo annullando però, nella stessa telefonata, la richiesta di intervento. Il 118 venne chiamato di nuovo molti minuti più tardi. Furono due telefonate surreali, in cui i Ciontoli dissero molte bugie cercando di mascherare ciò che era realmente accaduto Marco Vannini morì quattro ore dopo essere stato ferito. Le perizie stabilirono che, se fosse stato soccorso tempestivamente, si sarebbe potuto salvare: nel suo torace fu trovata una quantità di sangue tra il litro e mezzo e i due litri. Morì lentamente, dissanguato dall’emorragia. Le indagini e i processi cercarono di ricostruire ciò che avvenne a Ladispoli, nella casa della famiglia Ciontoli, la notte in cui Marco Vannini venne colpito dal proiettile sparato da una pistola marca Beretta calibro nove. Tutto si basava sulle dichiarazioni della famiglia Ciontoli, sulle contraddizioni, le evidenti menzogne. Soprattutto il processo cercò di chiarire cosa avvenne nei minuti, nelle ore e poi nei giorni successivi quando un intero nucleo familiare raccontò che Marco era caduto dalle scale, quindi che aveva avuto un attacco di panico perché dalla pistola era uscito un colpo d’aria, poi che si era ferito con un pettine e infine che una pistola aveva sparato ma il colpo era partito praticamente da solo. E che Marco Vannini era stato ferito solo di striscio. Indagini è un podcast del Post, scritto e raccontato da Stefano Nazzi. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

Ladispoli, 17 maggio 2015 – Seconda parte
Nella notte tra il 17 e il 18 ottobre 2015 un ragazzo di vent’anni, Marco Vannini, fu raggiunto da un colpo di pistola mentre era a casa della sua fidanzata, Martina Ciontoli, a Ladispoli, in provincia di Roma. Il proiettile trapassò il braccio destro, entrò nell’emitorace, attraversò il polmone destro, poi quello sinistro e si fermò nel pericardio, la membrana che circonda il cuore. La famiglia Ciontoli chiamò il 118 oltre mezz’ora dopo lo sparo annullando però, nella stessa telefonata, la richiesta di intervento. Il 118 venne chiamato di nuovo molti minuti più tardi. Furono due telefonate surreali, in cui i Ciontoli dissero molte bugie cercando di mascherare ciò che era realmente accaduto Marco Vannini morì quattro ore dopo essere stato ferito. Le perizie stabilirono che, se fosse stato soccorso tempestivamente, si sarebbe potuto salvare: nel suo torace fu trovata una quantità di sangue tra il litro e mezzo e i due litri. Morì lentamente, dissanguato dall’emorragia. Le indagini e i processi cercarono di ricostruire ciò che avvenne a Ladispoli, nella casa della famiglia Ciontoli, la notte in cui Marco Vannini venne colpito dal proiettile sparato da una pistola marca Beretta calibro nove. Tutto si basava sulle dichiarazioni della famiglia Ciontoli, sulle contraddizioni, le evidenti menzogne. Soprattutto il processo cercò di chiarire cosa avvenne nei minuti, nelle ore e poi nei giorni successivi quando un intero nucleo familiare raccontò che Marco era caduto dalle scale, quindi che aveva avuto un attacco di panico perché dalla pistola era uscito un colpo d’aria, poi che si era ferito con un pettine e infine che una pistola aveva sparato ma il colpo era partito praticamente da solo. E che Marco Vannini era stato ferito solo di striscio. Indagini è un podcast del Post, scritto e raccontato da Stefano Nazzi. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

Cogne, 30 gennaio 2002 – Prima parte
Il 30 gennaio 2002, alle 8.27 di mattina, giunse una telefonata al 118. Proveniva da Montroz, una frazione di Cogne, in Valle d’Aosta. Una donna disse urlando che aveva bisogno di aiuto perché suo figlio stava vomitando sangue dalla bocca. Quando arrivarono i soccorsi si resero conto che c’era molto di più, e molto peggio. Il bambino non stava vomitando sangue. Aveva una profonda ferita alla testa da cui fuoriusciva materia cerebrale: qualcuno l’aveva colpito più volte, con estrema violenza. Quel bambino si chiamava Samuele Lorenzi, aveva tre anni: venne dichiarato morto appena giunto all’ospedale di Aosta. La donna che aveva chiamato il 118 era sua madre, Annamaria Franzoni. Le indagini che seguirono furono soprattutto basate su perizie scientifiche, la scena del delitto vene ricostruita, le tracce di sangue analizzate secondo una tecnica innovativa per l’Italia, la bloodstain pattern analysis. Ci furono scontri potenti tra l’avvocato difensore, Carlo Taormina, e chi conduceva le indagini e qualcuno tentò anche di inventare dal nulla delle prove. La televisione entrò prepotentemente nella strategia difensiva mentre attorno alla figura di Annamaria Franzoni si crearono due schieramenti, innocentisti e colpevolisti. E ancora oggi, a vent’anni di distanza, ci sono dubbi e domande senza risposta. Indagini è un podcast del Post, scritto e raccontato da Stefano Nazzi. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

Cogne, 30 gennaio 2002 – Seconda parte
Il 30 gennaio 2002, alle 8.27 di mattina, giunse una telefonata al 118. Proveniva da Montroz, una frazione di Cogne, in Valle d’Aosta. Una donna disse urlando che aveva bisogno di aiuto perché suo figlio stava vomitando sangue dalla bocca. Quando arrivarono i soccorsi si resero conto che c’era molto di più, e molto peggio. Il bambino non stava vomitando sangue. Aveva una profonda ferita alla testa da cui fuoriusciva materia cerebrale: qualcuno l’aveva colpito più volte, con estrema violenza. Quel bambino si chiamava Samuele Lorenzi, aveva tre anni: venne dichiarato morto appena giunto all’ospedale di Aosta. La donna che aveva chiamato il 118 era sua madre, Annamaria Franzoni. Le indagini che seguirono furono soprattutto basate su perizie scientifiche, la scena del delitto vene ricostruita, le tracce di sangue analizzate secondo una tecnica innovativa per l’Italia, la bloodstain pattern analysis. Ci furono scontri potenti tra l’avvocato difensore, Carlo Taormina, e chi conduceva le indagini e qualcuno tentò anche di inventare dal nulla delle prove. La televisione entrò prepotentemente nella strategia difensiva mentre attorno alla figura di Annamaria Franzoni si crearono due schieramenti, innocentisti e colpevolisti. E ancora oggi, a vent’anni di distanza, ci sono dubbi e domande senza risposta. Indagini è un podcast del Post, scritto e raccontato da Stefano Nazzi. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

Veneto e Friuli Venezia Giulia, 1994-2006 – Prima parte
Il 21 agosto 1994 a Sacile, in provincia di Pordenone, durante la sagra degli osei, una fiera antichissima, esplose una bomba che ferì leggermente alcune persone. Era semplice polvere da sparo in un tubo. La notizia passò quasi inosservata, in fondo nessuno aveva riportato danni troppo seri. E nessuno poteva immaginare che nelle settimane seguenti a quelle bombe ne sarebbero seguite altre, e poi altre ancora negli anni successivi. Dal 1994 al 2006 in Veneto e Friuli Venezia Giulia esplosero bombe sempre più sofisticate: bombe trappola, nascoste in ovetti Kinder, barattoli di Nutella, tubetti di maionese, candele. Vennero ferite moltissime persone e a lungo in tanti ebbero paura di cose consuete, come fare la spesa al supermercato, andare in chiesa, aprire un barattolo. Indagarono tante procure, Venezia, Treviso, Pordenone, Udine, Trieste. E tanti investigatori che spesso non si parlavano tra di loro. Ci furono fughe di notizie, vennero tracciati molti profili psicologici. Una persona fu sospettata, restò al centro delle indagini per cinque anni. Si scoprì che una prova, la cosiddetta “pistola fumante” che avrebbe dovuto dimostrare la sua colpevolezza, era in realtà stata manomessa. E ancora oggi non sappiamo chi abbia costruito e messo tutte quelle bombe, se fosse una persona sola, se fossero tanti. E perché. Indagini è un podcast del Post, scritto e raccontato da Stefano Nazzi. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

Veneto e Friuli Venezia Giulia, 1994-2006 – Seconda parte
Il 21 agosto 1994 a Sacile, in provincia di Pordenone, durante la sagra degli osei, una fiera antichissima, esplose una bomba che ferì leggermente alcune persone. Era semplice polvere da sparo in un tubo. La notizia passò quasi inosservata, in fondo nessuno aveva riportato danni troppo seri. E nessuno poteva immaginare che nelle settimane seguenti a quelle bombe ne sarebbero seguite altre, e poi altre ancora negli anni successivi. Dal 1994 al 2006 in Veneto e Friuli Venezia Giulia esplosero bombe sempre più sofisticate: bombe trappola, nascoste in ovetti Kinder, barattoli di Nutella, tubetti di maionese, candele. Vennero ferite moltissime persone e a lungo in tanti ebbero paura di cose consuete, come fare la spesa al supermercato, andare in chiesa, aprire un barattolo. Indagarono tante procure, Venezia, Treviso, Pordenone, Udine, Trieste. E tanti investigatori che spesso non si parlavano tra di loro. Ci furono fughe di notizie, vennero tracciati molti profili psicologici. Una persona fu sospettata, restò al centro delle indagini per cinque anni. Si scoprì che una prova, la cosiddetta “pistola fumante” che avrebbe dovuto dimostrare la sua colpevolezza, era in realtà stata manomessa. E ancora oggi non sappiamo chi abbia costruito e messo tutte quelle bombe, se fosse una persona sola, se fossero tanti. E perché. Indagini è un podcast del Post, scritto e raccontato da Stefano Nazzi. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

Lombardia, 1998-2004 – Prima parte
Nel racconto di delitti e casi di cronaca nera, spesso sono i media a dare nomi e nomignoli ai protagonisti delle vicende: l’espressione “Bestie di Satana”, invece, se la diedero i protagonisti stessi. Un gruppo di ragazzi della provincia di Varese che negli anni Novanta prese a frequentarsi tra la fiera di Senigallia, un pub a Milano famoso per la musica metal, i boschi di Somma Lombardo, e che fu considerato responsabile di almeno tre omicidi e un suicidio indotto tra il 1998 e il 2004. È una vicenda che oscilla tra l’inquietante e il grottesco, prima di diventare tragica. All’inizio prevale il grottesco: le camerette da ragazzini pitturate tutte di nero, le teste di caprone in plastica, gli scambi di gocce di sangue, le frasi lette al contrario, le prove di resistenza al dolore con le sigarette spente sulle braccia, i nomi di battaglia, i riti in cui veniva evocato un improbabile essere demoniaco. C’erano anche sostanze stupefacenti, moltissime, usate fino al punto di perdere lucidità e consapevolezza delle proprie azioni: ed è lì che la storia da grottesca diventa prima inquietante e poi tragica, portando a omicidi, torture e suicidi: «Delitti feroci senza alcun senso», dice Stefano Nazzi. «Erano dieci-quindici. Qualcuno era un capo, qualcuno un gregario e qualcuno è scappato in fretta. Hanno fatto del male per il gusto di fare del male». Indagini è un podcast del Post, scritto e raccontato da Stefano Nazzi. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

Lombardia, 1998-2004 – Seconda parte
Nel racconto di delitti e casi di cronaca nera, spesso sono i media a dare nomi e nomignoli ai protagonisti delle vicende: l’espressione “Bestie di Satana”, invece, se la diedero i protagonisti stessi. Un gruppo di ragazzi della provincia di Varese che negli anni Novanta prese a frequentarsi tra la fiera di Senigallia, un pub a Milano famoso per la musica metal, i boschi di Somma Lombardo, e che fu considerato responsabile di almeno tre omicidi e un suicidio indotto tra il 1998 e il 2004. È una vicenda che oscilla tra l’inquietante e il grottesco, prima di diventare tragica. All’inizio prevale il grottesco: le camerette da ragazzini pitturate tutte di nero, le teste di caprone in plastica, gli scambi di gocce di sangue, le frasi lette al contrario, le prove di resistenza al dolore con le sigarette spente sulle braccia, i nomi di battaglia, i riti in cui veniva evocato un improbabile essere demoniaco. C’erano anche sostanze stupefacenti, moltissime, usate fino al punto di perdere lucidità e consapevolezza delle proprie azioni: ed è lì che la storia da grottesca diventa prima inquietante e poi tragica, portando a omicidi, torture e suicidi: «Delitti feroci senza alcun senso», dice Stefano Nazzi. «Erano dieci-quindici. Qualcuno era un capo, qualcuno un gregario e qualcuno è scappato in fretta. Hanno fatto del male per il gusto di fare del male». Indagini è un podcast del Post, scritto e raccontato da Stefano Nazzi. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

Avetrana, 26 agosto 2010 – Prima parte
Il 26 agosto 2010 una ragazza di quindici anni, Sarah Scazzi, scomparve ad Avetrana, in provincia di Taranto, in Puglia. Con le ricerche della ragazza, che fu trovata morta in un pozzo il successivo 6 ottobre, iniziò un clamore mediatico con pochi precedenti persino per la ricca storia italiana di rapporti morbosi tra la stampa, la televisione e chi indaga sui casi di cronaca nera, culminato nell’annuncio del ritrovamento del cadavere di Scazzi in diretta televisiva mentre sua madre era in collegamento. Per mesi migliaia di persone si misero in viaggio verso Avetrana per curiosare tra i luoghi della scomparsa e dell’omicidio, mentre decine e decine di testimoni più o meno credibili offrirono ogni pomeriggio in televisione le loro testimonianze, spesso a pagamento, spesso contraddicendosi da un momento all’altro, pur di ottenere qualche soldo e un po’ di visibilità: a questa cacofonia di dimensioni inedite partecipavano anche le persone indagate dalla procura, che parlavano contemporaneamente con gli inquirenti e con i media. Indagini è un podcast del Post, scritto e raccontato da Stefano Nazzi. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

Avetrana, 26 agosto 2010 – Seconda parte
Il 26 agosto 2010 una ragazza di quindici anni, Sarah Scazzi, scomparve ad Avetrana, in provincia di Taranto, in Puglia. Con le ricerche della ragazza, che fu trovata morta in un pozzo il successivo 6 ottobre, iniziò un clamore mediatico con pochi precedenti persino per la ricca storia italiana di rapporti morbosi tra la stampa, la televisione e chi indaga sui casi di cronaca nera, culminato nell’annuncio del ritrovamento del cadavere di Scazzi in diretta televisiva mentre sua madre era in collegamento. Per mesi migliaia di persone si misero in viaggio verso Avetrana per curiosare tra i luoghi della scomparsa e dell’omicidio, mentre decine e decine di testimoni più o meno credibili offrirono ogni pomeriggio in televisione le loro testimonianze, spesso a pagamento, spesso contraddicendosi da un momento all’altro, pur di ottenere qualche soldo e un po’ di visibilità: a questa cacofonia di dimensioni inedite partecipavano anche le persone indagate dalla procura, che parlavano contemporaneamente con gli inquirenti e con i media. Indagini è un podcast del Post, scritto e raccontato da Stefano Nazzi. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

Potenza, 12 settembre 1993 – Prima parte
La storia di questo mese è quella di Elisa Claps, una ragazza di sedici anni scomparsa a Potenza il 12 settembre 1993 e la cui morte fu accertata soltanto nel 2010, in un caso giudiziario segnato da una montagna di insabbiamenti, depistaggi e bugie – pronunciate sia dalle persone coinvolte che da quelle non coinvolte nel processo – e che riguardò sia l’Italia che il Regno Unito. E il sottotetto di una chiesa. Indagini è un podcast del Post, scritto e raccontato da Stefano Nazzi. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

Potenza, 12 settembre 1993 – Seconda parte
La storia di questo mese è quella di Elisa Claps, una ragazza di sedici anni scomparsa a Potenza il 12 settembre 1993 e la cui morte fu accertata soltanto nel 2010, in un caso giudiziario segnato da una montagna di insabbiamenti, depistaggi e bugie – pronunciate sia dalle persone coinvolte che da quelle non coinvolte nel processo – e che riguardò sia l’Italia che il Regno Unito. E il sottotetto di una chiesa. Indagini è un podcast del Post, scritto e raccontato da Stefano Nazzi. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

Erba, 11 dicembre 2006 – Prima parte
La sera dell’11 dicembre 2006 in un condominio di Erba furono uccise quattro persone, tra cui un bambino di due anni. La storia di quella strage ottenne grandissime attenzioni da parte dei media, che inizialmente trattarono come il principale sospettato – quando non già acclarato colpevole – un uomo tunisino rivelatosi poi innocente. Furono invece indagati e condannati in via definitiva all’ergastolo Olindo Romano e Rosa Bazzi, i vicini di casa delle persone uccise. Molti oggi ricordano la strage di Erba per la sua efferatezza, per il clima di odio e le conseguenze estreme che seguirono delle banali liti condominiali e per il rapporto morboso dei due coniugi poi condannati. Ma c’è molto altro di notevole, nelle pieghe di questa storia: interrogatori e perquisizioni condotte in modi rivedibili, l’unico fondamentale testimone oculare che cambia improvvisamente la sua versione dei fatti, una confessione piena di dettagli poi ritrattata. Indagini è un podcast del Post, scritto e raccontato da Stefano Nazzi. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

Erba, 11 dicembre 2006 – Seconda parte
La sera dell’11 dicembre 2006 in un condominio di Erba furono uccise quattro persone, tra cui un bambino di due anni. La storia di quella strage ottenne grandissime attenzioni da parte dei media, che inizialmente trattarono come il principale sospettato – quando non già acclarato colpevole – un uomo tunisino rivelatosi poi innocente. Furono invece indagati e condannati in via definitiva all’ergastolo Olindo Romano e Rosa Bazzi, i vicini di casa delle persone uccise. Molti oggi ricordano la strage di Erba per la sua efferatezza, per il clima di odio e le conseguenze estreme che seguirono delle banali liti condominiali e per il rapporto morboso dei due coniugi poi condannati. Ma c’è molto altro di notevole, nelle pieghe di questa storia: interrogatori e perquisizioni condotte in modi rivedibili, l’unico fondamentale testimone oculare che cambia improvvisamente la sua versione dei fatti, una confessione piena di dettagli poi ritrattata. Indagini è un podcast del Post, scritto e raccontato da Stefano Nazzi. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

Garlasco, 13 agosto 2007 – Prima parte
Il 13 agosto del 2007 a Garlasco, un paese in provincia di Pavia, una ragazza di 26 anni di nome Chiara Poggi fu uccisa nella sua abitazione. L’omicidio della ragazza ottenne grandi attenzioni nell’opinione pubblica, alimentando e a sua volta nutrendosi di un clamore mediatico che avrebbe segnato la successiva fase delle indagini. I processi che ne seguirono furono tra i primi in Italia basati interamente sulle perizie scientifiche, e per questo sono diventati un caso emblematico: per come le perizie abbiano dato risultati contrastanti e spesso opposti, ma anche per i moltissimi errori commessi durante le indagini e per la lunghezza dell’iter giudiziario. Indagini è un podcast del Post, scritto e raccontato da Stefano Nazzi. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

Garlasco, 13 agosto 2007 – Seconda parte
Il 13 agosto del 2007 a Garlasco, un paese in provincia di Pavia, una ragazza di 26 anni di nome Chiara Poggi fu uccisa nella sua abitazione. L’omicidio della ragazza ottenne grandi attenzioni nell’opinione pubblica, alimentando e a sua volta nutrendosi di un clamore mediatico che avrebbe segnato la successiva fase delle indagini. I processi che ne seguirono furono tra i primi in Italia basati interamente sulle perizie scientifiche, e per questo sono diventati un caso emblematico: per come le perizie abbiano dato risultati contrastanti e spesso opposti, ma anche per i moltissimi errori commessi durante le indagini e per la lunghezza dell’iter giudiziario. Indagini è un podcast del Post, scritto e raccontato da Stefano Nazzi. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

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